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Intervista ad Alessandro Bruzzi, Founder @ UALA

Chi è Alessandro Bruzzi?

Alessandro Bruzzi, piacentino classe 1986, founder di Uala, il servizio di prenotazione online per la bellezza e Chief Product Officer di Treatwell, la piattaforma di prenotazione online per i trattamenti di bellezza e benessere leader in Europa. Fin dall’inizio della sua carriera lavora nel mondo del web. 

Fonda e diventa presidente di SosTariffe.it occupandosi della direzione strategica e di prodotto. Dopo un’esperienza di rilievo come Business Coordinator e Product Director per l’Europa e l’America Latina di YooDeal, diventa Head of digital strategy di Windows on Europe per il quale ricopre il ruolo di responsabile della strategia delle unità di business, prodotto e marketing. Poi la scintilla: arriva Uala ed un percorso incredibile nato grazie anche al sostegno di Immobiliare.it che crede nell’idea e la finanzia con il primo round di investimenti. Il servizio nasce con l’obiettivo di digitalizzare il mondo della bellezza, che era molto indietro rispetto ad altri, come ad esempio quelli del travel e della ristorazione. E così, grazie a Uala, gli utenti possono prenotare il proprio appuntamento di bellezza in pochi click e a qualunque ora, mentre parrucchieri, estetisti e professionisti della cura della persona possono gestire in tempo reale gli appuntamenti e le attività in tutti i loro aspetti. 

La sua startup nasce in Italia ma diventa subito grande all’estero grazie ad una serie di acquisizioni: prima acquistando il dominio web della piattaforma concorrente Vaniday.it, poi annunciando nel maggio 2017 l’acquisizione della maggioranza di Bucmi, sua omologa nei mercati di Spagna e Portogallo e, a novembre dello stesso anno, l’investimento in Funkmartini.gr, una piattaforma similare, leader in Grecia. A maggio 2019 Uala chiude un round di finanziamenti per 15 milioni di euro e annuncia l’acquisizione del 100% di Balinea.com, servizio suo omologo francese. 

Ho conosciuto Alessandro quando anche io lavoravo nel campo del beauty come social media e content manager per un’importante franchising del panorama nazionale. Con Alessandro ho condiviso alcune giornate di formazione incredibili e in quelle giornate ho imparato moltissimo non solo sul digital marketing ma, soprattutto, sul suo approccio ai problemi. Lui è una macchina da guerra, non si ferma davanti a niente finché non porta a casa il risultato che desidera ottenere. Senza sosta, senza orari, senza pause. Una totale ossessione al risultato. Dopo i giorni trascorsi insieme (Uala era nata da poco e muoveva i suoi primi passi), ero certo che avrebbe fatto grandi cose e non mi sbagliavo.

Cosa significa fare startup per Alessandro Bruzzi?

G: «Ale, hai lavorato in molte aziende e ricoperto ruoli importanti… Come sei finito a fare startup?».

A: «Quando ho iniziato non sapevo nemmeno cosa significasse fare startup. Questo termine è diventato frequente nel corso degli anni, ma 15 anni fa in Italia non era così. Ho cominciato a lavorare su prodotti miei perché volevo risolvere dei problemi reali che stavo incontrando nelle attività quotidiane. Uala ad esempio, è nata proprio da una mia esigenza quando avevo i capelli lunghi. Fare startup mi permette di decidere come migliorare la vita delle persone, di scegliere come la tecnologia può essere di aiuto realmente nelle nostre quotidianità. Mi ha permesso, insieme a persone straordinarie, di rivoluzionare il modo in cui ogni giorno svolgiamo alcune attività. Vedere le persone che lavorano meglio o risparmiano tempo e denaro non ha prezzo.».  

Penso alle volte in cui mi sono ripetuto questa frase e d’un tratto mi si presentano davanti i sacrifici che ho fatto in questi anni.

G: «Davvero non ha prezzo? Fare startup non ti ha tolto nulla?».  

A: «Fare startup mi ha tolto il 50% della vita normale. All’università non avevo una vita sociale. Durante il mio primo lavoro non avevo i soldi e il tempo per qualsiasi attività che si possa pensare, lavoravo 18 ore al giorno. Mi ha tolto amici, mi ha tolto sonno, mi ha tolto l’amore di una figlia che probabilmente non sono riuscito a seguire come avrei dovuto fare.».

Mi soffermo a pensare… Alcune cose mi tornano, mentre altre non so se avrei la forza di farle per portare avanti la mia startup. E voi? Fare startup certe volte ha la stessa schiettezza delle parole di Alessandro, ma come vi dicevo in apertura, lui è una macchina da guerra e questa affermazione non mi sorprende per nulla. Nonostante tutto, cerco conferma.

G: «Ma, se potessi tornare indietro, c’è qualcosa che non rifaresti?».
A: «Nulla, altrimenti non sarei qui oggi. Non bisogna mai vivere nel rimpianto di aver fatto qualcosa che non vorresti rifare: se si inizia a vivere nel loop negativo di azioni da non rifare, probabilmente si finisce per avere una cosa simile a quella chiamata “il blocco dello scrittore”. La cosa più importante è saper reagire e trasformare ogni difficoltà in opportunità.».  

Mi sento allora di fare una domanda e di sfidare un po’ la sua determinazione.

G: «Sei una persona assolutamente determinata. Ma allora, quanta importanza ha ricoperto nel tuo percorso da founder la capacità di cambiare idea, strategia o punto di vista?».

A: «Lasciami iniziare parlando del paradosso di Monty Hall.».

È l’incipit che non mi aspettavo, e penso la stessa cosa che probabilmente anche molti di voi stanno pensando.

A: «Per chi non lo conoscesse, si suppone che un giocatore abbia 3 porte chiuse davanti a sé e che solo una di queste contenga un premio, mentre nelle altre due non vi si trovi nulla. Se ti chiedessi di scegliere una porta, potresti rispondere scegliendo esclusivamente una porta a caso. Dopo averla scelta, però, aprirei una porta tra quelle che non hai scelto, svelando che dietro di essa non vi è nulla. Ora ti chiederei: “Vuoi cambiare porta o tenere quella che hai scelto?” A questo punto entra in gioco la matematica, perché grazie alla probabilità condizionata, se cambiassi porta raddoppieresti le probabilità di vincita.».

Lo ascolto, cercando di seguire il ragionamento, curioso almeno quanto voi di sapere dove voglia condurmi.

A: «Ora non voglio concentrarmi su Monty Hall (ma ti invito a fare una ricerca su Google con calma) quanto raccontarti che, spesso, nelle definizione del nostro pricing di prodotto abbiamo dovuto cambiare idea adattandoci all’evoluzione del prodotto e alla saturazione/maturazione della domanda. Abbiamo dovuto cambiare porta. Ovviamente questi cambiamenti hanno portato problemi di posizionamento in alcuni casi, ma il cambiamento è stato fondamentale per rendere il nostro prodotto coerente con l’evoluzione delle dinamiche del contesto in cui operavamo.».

G: «Ma quindi, quanto spesso pensi sia giusto cambiare idea sul proprio prodotto?».
A: «Credo sia normale cambiare strategia sullo sviluppo di un prodotto ogni 6/12 mesi. All’inizio del nostro percorso mi sono detto: “Non ha senso sviluppare un software di cassa, integriamoci con quelli esistenti!” Poi tutti i nostri clienti ce lo hanno chiesto e a quel punto abbiamo capito che il mercato non era soddisfatto con quello che aveva già. Abbiamo cambiato strategia per riempire questo vuoto che avevamo percepito e ascoltato dai nostri clienti. Subito dopo, le autorità competenti in materia fiscale hanno iniziato a legiferare per introdurre nuove certificazioni fiscali, di fatto spingendo i vecchi player del mercato ad essere considerati obsoleti. Per fortuna noi avevamo quasi ultimato lo sviluppo del nostro nuovo sistema, per cui ci siamo trovati in una posizione di indubbio vantaggio rispetto ad altri player molto meno reattivi.». 

G: «Mi stai dicendo che cambiare idea e strategie è la via del successo?».
A: «Assolutamente no, sarebbe troppo semplice, non trovi?! Nel mio percorso da founder ho cambiato centinaia di volte idea, strategia e punto di vista sulle persone, sui prodotti e sulla visione. A volte perché le analisi iniziali mancavano di alcuni presupposti, altre volte perché il contesto è variato nel tempo, altre per aver trovato ancora idee migliori. L’unico errore da non fare è cambiare idea o strategia senza basi solide a supporto, guidati solo dalla paura e dall’insicurezza o condizionati/influenzati da altre persone o aziende senza sottostanti solidi. Cambiare strategia non è sempre la strategia giusta. Se, ad esempio, lo fai per inseguire gli altri competitor del tuo mercato in un meccanismo del tipo “lo facciamo solo perché lo fanno gli altri”, non fai altro che fare del male alla tua startup, perché questo tipo di atteggiamento ti mette in una posizione debole. Cambiare punto di vista o idee a ribasso, senza una vera strategia è come alimentare il paradosso di Bertrand (ti consiglio un’altra ricerca su Google) e porterà ad una sconfitta certa se non siamo i player n°1 sul mercato.». 

Segno anche il paradosso di Bertrand tra le mie prossime ricerche e faccio le ultime domande di rito. 
G: «A questo punto ti chiedo di lasciare un consiglio, uno solo, a chi leggerà questa chiacchierata.».
A: «Spiega la tua idea a qualcuno in 8 parole. Perché se la sai spiegare in 8 parole, vuol dire che l’ha concretizzata a sufficienza.».

G: «E le qualità del founder ideale?».
A:  «Determinazione, visione e carisma».

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