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Intervista a Roberto Macina, Founder & Exit @ Qurami

Chi è Roberto Macina?

Roberto è romano, classe 1984, ed è Managing Partner & Co-Founder di WDA, una società di Venture Building che costruisce e gestisce da zero startup e PMI digitali sostenibili, portandole sul mercato con una execution rapida ed efficace. Questa società nasce dalla sua esperienza in ambito startup con Qurami, l’app che ha lanciato nel 2011 e che ha introdotto in Italia un nuovo modo di gestire le file e di “staccare il numeretto”, permettando di farlo direttamente dal proprio smartphone, o di scegliere quando andare, prima ancora di arrivare sul posto. 

Alcuni di voi potrebbero aver intravisto Roberto in qualche foto nei giornali online o in qualche servizio in tv perché proprio Qurami fu selezionata da Apple tra le app più utili dell’App Store e Roberto ebbe l’opportunità di raccontare l’avventura della propria startup direttamente a Tim Cook in persona. 

Qurami è stata inoltre protagonista di un’importante exit nel 2018 (trasformandosi in Ufirst) ed è stata una delle app più scaricate e utilizzate in Italia durante il lockdown della primavera 2020. Io ho avuto il piacere di incontrare Roberto in un paio di occasioni, compresa una durante la quale ho avuto un’interessante e piacevolissima chiacchierata con lui insieme al mio socio Vittorio, a bordopiscina durante un evento a Maratea. 

Sempre sorridente, alla mano e disponibile per un consiglio, parlare con lui ci ha davvero dato degli spunti interessanti, anche se, visto che si tratta di un veterano del nostro ambiente, non avevo alcun dubbio al riguardo. Insomma, Roberto è uno che mastica startup sin dai tempi in cui qui in Italia si iniziava a stento a parlarne.

Cosa significa fare startup per Roberto Macina?

R: «Abbiamo fondato Qurami nel 2011 quando ancora si sentiva poco il termine “startup” dalle nostre parti. Di fatto l’ecosistema che abbiamo adesso, a quei tempi in Italia non era ancora così sviluppato e non avendo esempi da seguire, ho semplicemente fatto quello che fa un imprenditore: ho seguito il mio istinto e fatto ciò che in quel momento mi attraeva e incuriosiva. Da lì a poco le cose si sono fatte più serie con l’arrivo di co-founder, investitori e primi clienti, anche se non ero ancora conscio di quello che stava diventando quell’idea. Quando siamo arrivati sul mercato e persone “sconosciute” hanno iniziato ad utilizzare la nostra app, ho capito che Qurami poteva essere definita una startup.»

Bene o male in quello stesso periodo, come vi raccontavo, nasceva il fermento per le startup nel nostro paese e anche io mi avvicinavo a questo mondo, quindi posso perfettamente capire che non fosse cosciente di fare startup, anche se orma c’era dentro fino al collo.

G: «Quindi non sapevi definire bene cosa tu stessi facendo, ma lo stavi semplicemente facendo. La tua vita quindi ha preso una piega diversa rispetto a quella che avevi immaginato fino ad allora per il tuo futuro e magari rispetto a quella dei tuoi conoscenti che avevano scelto un percorso meno rocambolesco rispetto al tuo?»

R: «Direi di sì… Fare startup ha azzerato la mia sicurezza economica, la stessa sicurezza economica che i miei amici e colleghi universitari cominciavano ad avere iniziando ad inserirsi nel mondo del lavoro. Ma non ero spaventato di questo, sapevo che su quel fronte stavo semplicemente investendo in qualcosa di più grande. Oltre questo aspetto, la cosa che veramente mi è pesata di più è stato il sacrificio relazionale che ho dovuto fare nei confronti delle persone a me più vicine. Ero totalmente focalizzato sulla mia startup, lavoravo anche nei weekend, e con un 101% di focus sull’iniziativa purtroppo ho trascurato molto quell’aspetto, soprattutto durante i primi anni di attività. Alcune volte, anche giustamente direi, non li biasimo, gli altri non potevano comprendere fino in fondo il motivo di quel livello di focalizzazione così totalizzante. Oggi, dopo un’exit di successo, diciamo che alcuni però l’hanno capito.»

Mentre ragiono sulle parole di Roberto mi vengono in mente i weekend e le feste trascorse a lavorare invece che a fare baldoria in qualche locale con gli amici, o il tempo tolto dal trascorrere un giorno in più con la mia famiglia. Se farete startup capiterà anche a voi, e la cosa più bella che vi possa accadere è proprio essere circondati da persone capaci di comprendere le ragioni che stanno dietro quei sacrifici. Nonostante tutto, potrebbe restare un po’ di amaro in bocca, perché si tratta comunque di una scelta e alcune cose non tornano. 

G: «Certo, magari a quei tempi i tuoi colleghi potrebbero non aver capito il senso di quei sacrifici, ma si saranno ricreduti abbondantemente quando ti hanno visto nelle foto al fianco di Tim Cook o quando hanno letto della tua exit. Ma qunidi cosa consigli invece a chi vuole lanciarsi nel nostro mondo e fondare una startup?»

R: «Esiste solo una cosa, EXECUTION. Lanciarsi, sbagliare e iterare velocemente ma farlo! Non preoccupatevi di sbagliare… Vi accorgerete di voler rifarei tutto, anche le cose sbagliate, perché è grazie a queste si diventa imprenditori migliori. Acquisirete tante, tantissime soft skills. Tanta, tantissima esperienza e tanto, tantissimo network. Oggi questo è per me un valore che non ha eguali.»

Penso a tutte le sfide affrontate negli anni, a tutte le cose imparate per necessità pur di venire a capo a problemi complessi… Penso agli eventi, alle call, ai pitch e a tutte le persone che ho incontrato lungo questa avventura sino ad ora ed effettivamente non posso che essere d’accordo con Roberto sul valore inestimabile di tutto questo.

G: «E con Qurami? È sempre stato tutto rose e fiori? O avete dovuto affrontare momenti critici?»

R: «Molti Giancarlo, ci sono stati molti momenti difficili. I problemi che abbiamo incontrato negli anni si sono posizionati su due livelli in particolare: a livello di mercato e a livello di fundraising. Nel mercato perché alcune volte i nostri potenziali clienti B2B, quelli che avrebbero dovuto adottare la nostra soluzione, non riuscivano a capire l’utilità della nostra piattaforma. Non comprendevano quale fosse l’innovazione e quali potessero essere i vantaggi per se stessi e per le persone che avrebbero utilizzato Qurami, ma non per un problema di prodotto, quanto più per un problema culturale. Tutto questo è stato davvero molto frustrante, soprattutto agli inizi quando ci serviva che la tecnologia fosse adottata per effettuare la validazione di mercato della nostra idea di business.»

G: «E per quanto riguarda il fundraising?»

R: «Per quanto riguarda l’altro aspetto, quello del fundraising, il nostro problema, se così si può chiamare è stato l’aver bruciato molta cassa (in realtà come fanno tutte le startup nel mondo), e l’esserci avvicinati molto, soprattutto in alcuni periodi, al baratro. Ci siamo arrivati davvero vicinissimi, ma la fiducia nel lavoro di tutti ci ha sempre fatto guardare al futuro con serenità. Il nostro era sempre un’approccio ottimista, e alla fine abbiamo avuto ragione per fortuna. D’altronde quando si fa startu questi periodi si superano con un po’ di incoscienza e con la perseveranza. Se ci credi accade.»

Sono assolutamente d’accordo con te, crederci è il primo passo per riuscire nei propri progetti. Credo sia una regola generale, ma quando si fa startup vale 100 volte di più!
Ma allora, Roberto, prima di lasciarci, dimmi: quali sono secondo te le qualità che un founder dovrebbe avere per riuscire in questa pazzo viaggio?»

R: «Coraggio, determinazione e passione»

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