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Intervista a Massimo Chieruzzi, Founder & Exit @ AdEspresso

Chi è Massimo Chieruzzi?

Massimo è Co-Founder & CMO di Breadcrumbs.io, ma forse alcuni di voi lo conosceranno perché è stato Co-Founder & CEO at AdEspresso, la piattaforma per piccole e medie imprese, pensata per aiutarle ad analizzare e ottimizzare le campagne pubblicitarie su Facebook, Instagram e Google Ads.

Se conoscete AdEspresso probabilmente potrebbe essere per due ragioni: o avete usato/usate la piattaforma, o ne avete sentito parlare sui giornali o online qualche anno fa perché è stata oggetto dell’exit italiana più importante del 2016, ad opera della canadese Hootsuite inc. per una cifra non resa nota (ma l’ultima valutazione pubblica della startup era di circa 20 milioni di euro).

Massimo ha iniziato il suo percorso volando in Silicon Valley per entrare in uno degli acceleratori più importanti al mondo: 500 Startups. Lì ha incontrato il suo socio Armando Biondi ed ha deciso di mantenere lo sviluppo tecnologico in Italia e quello commerciale nella Valley. L’ho conosciuto per la prima volta in call mentre stavamo svolgendo il nostro percorso di accelerazione con SEO Tester Online proprio nel 2016. Massimo era in California e ci ha raccontato la sua avventura. La cosa che mi ha sorpreso di più è stato il suo entusiasmo e il suo sorriso. Non vi nascondo che ad appena 25 anni, quello che ho pensato vedendo un’uomo di successo, in call dalla Valley, con una startup super avviata e tutta quell’energia, è stato “allora si può fare!”.

In quell’occasione ci ha raccontato alcuni interessanti aneddoti sul suo percorso da founder ed è così che ho continuato a seguirlo negli anni. Le poche volte che gli ho scritto per un consiglio o un confronto si è sempre dimostrato disponibile e aperto, anche se aveva già chiuso la sua exit ed io ero solo un founder in erba che cercava di lanciare la sua startup da Catania. Così, quando ho pensato di inserire qualche contributo all’interno del mio libro, mi sono detto «Non può mancare quello di Massimo, sicuramente racconterà un punto di vista incredibile».

Cosa significa fare startup per Massimo Chieruzzi?

E così, dopo averlo contattato, la prima cosa che gli ho chiesto è stata:
G: «Massimo, perché hai scelto di fare startup?».

M: «Ad essere onesto, principalmente per avere il controllo di quello che facevo e dei prodotti su cui lavoravo. Nella vita precedente, gestendo un’agenzia, eravamo sempre in balia dei clienti e non avevamo controllo sulla direzione di quello che costruivamo.

L’agenzia web era ben avviata e mi consentiva di vivere bene e, quando ci siamo trasferiti nel giro di una settimana a San Francisco per iniziare l’avventura di AdEspresso, sapevo che con un’altro progetto importante e la distanza, l’agenzia sarebbe entrata in crisi. Ho fondato AdEspresso per ottimismo e per egoismo. L’ottimismo di credere che una cosa quasi impossibile ci sarebbe riuscita e l’egoismo di voler controllare a pieno il mio destino, anche se poteva costarmi tutto. Inoltre, molto più banalmente, i soldi hanno avuto la loro rilevanza.»

Ve l’ho detto, no?! Anche l’aspetto economico fa parte dell’essere founder, inutile negarlo e in questo lui è un assoluto campione di schiettezza.

M: «Chi mi conosce spesso mi definisce un pessimista. Ed in effetti anche nelle dinamiche fra co-founder col mio socio Armando, io sono sempre quello che fa le previsioni meno rosee ed è più portato a fare previsioni negative. Eppure credo che in fondo per fare lo startupper uno debba essere o un masochista o un ottimista, altrimenti non si imbarcherebbe mai in un progetto che, da statistiche, ha elevatissime possibilità di fallire.»

Ovviamente la prima cosa che gli ho chiesto è stata:
G: «Ma allora, visto che hai appena detto di essere un pessimista, stai dicendo che hai iniziato a fare startup perché in fondo sei un po’ masochista?».

Mentre formulo questo pensiero, effettivamente, penso che anche io, alla fine dei conti, devo essere un po’ masochista per aver iniziato a fare quello che faccio e, fidatevi, anche voi dovreste arrendervi a questa evidenza… Anche se siete degli ottimisti! Qualsiasi founder è un po’ masochista dentro.  

M: «Chi fa startup deve essere disposto a sopportare un livello di incertezza e stress che la maggior parte delle persone non è in grado di tollerare, in cambio di un ritorno economico che, quando le cose vanno bene, è sproporzionatamente alto. E di stress ne abbiamo sopportato tanto. Quando inizi pensi che il problema sia raccogliere i primi capitali e poi andrà tutto bene. Pian piano capisci che l’asticella si alza sempre di più e raggiunto un traguardo, risolto un problema, immediatamente si presentano nuovi problemi e nuovi traguardi. Fortunatamente AdEspresso è partito come un razzo e fra mille incertezze e ansie, lentamente abbiamo passato tutto il team sul nuovo progetto. Assumere 20 persone in poco tempo, continuare a crescere a un ritmo elevato, cambiare la struttura del team perché è diventato troppo grande da gestire direttamente, raccogliere altro funding… È un gioco molto lungo con tanti livelli da superare.»

G: «Wow, ma tutto questo successo e questi ritmi non ti hanno tolto un po’ di serenità?»

Mentre lo dico penso a tutti gli sbattimenti che anche in SEO Tester Online abbiamo dovuto affrontare e l’idea di farlo in una scala come quella di AdEspresso mi lascia davvero a bocca aperta. 

M: «Sì, probabilmente fare startup mi ha tolto un po’ di serenità. C’è sempre un fuoco da spegnere, qualcosa da ripensare, decisioni da prendere. Noi fortunatamente ce l’abbiamo fatta, e parlo sempre al plurale perché da solo non ce l’avrei mai fatta, abbiamo venduto ad Hootsuite con una exit che ci ha cambiato la vita. L’exit è stato sicuramente il momento più stressante del nostro viaggio, sia da un lato emotivo, perché avremmo dovuto lasciare la nostra creatura in mano ad altri, sia per la complessità delle negoziazioni e i continui cambi di direzione. L’ho superato avendo un founding team veramente fortissimo che è stato unito per tutto il tempo. Avere le giuste persone accanto in un’avventura del genere è fondamentale.»

G: «Eh, l’exit… Ma dimmi Massimo, cosa c’è dopo l’exit? Io non sempre riesco ad immaginare come sarebbe la mia vita vendendo la startup per la quale lavoro tutti i giorni e per la quale in tutti questi anni ho dato così tanto».

Spero di aver fatto la domanda che davvero tutti avrebbero voluto fargli.

M: «Sai Giancarlo, è a quel punto che ti chiedi “Cosa c’è ora per me?”. Dopo un’esperienza del genere, fare il dipendente è dura. I primi tempi è divertente ed una grossa opportunità di imparare come funziona un’azienda più grande. Ma un’azienda più grande per funzionare deve avere delle caselle e tu devi rientrare in una casella. O sei Marketing o sei Prodotto. O fai le cose o le gestisci. A me piace mettere le mani in pasta dappertutto… E quindi aspetti la prossima idea, il prossimo problema da risolvere e ti ci butti, chiedendoti se, dopo una exit, avrai ancora la fame che avevi la prima volta, se sei un impostore e non ti andrà bene la seconda volta e tante altre domande.»

G: «È vero… Ma, oltre la tua exit, qual è il momento più bello o l’emozione più grande che hai vissuto grazie al tuo percorso da founder?»

M: «Dopo l’acquisizione ho incontrato nuovamente una ragazza americana del mio team. La vedevo per la prima volta dopo un po’ e, nonostante avessimo  lavorato insieme per diversi anni, è venuta a confessarmi che, quando l’ho assunta, era homeless e AdEspresso le ha completamente cambiato la vita. Questo è il genere di emozioni incredibili che fare startup ti può regalare.»

Penso a quanto sia vero, e a quanto come founder abbiamo la possibilità di avere un impatto sulla vita delle persone che lavorano con noi contribuendo allo sviluppo e al raggiungimento del nostro sogno. Se volete un consiglio, scegliete le persone del vostro team non solo per le skill, ma soprattutto per la scintilla che vedete nei loro occhi. Quella scintilla non mente mai.

G: «Massimo, che storia! Ma, a proposito di regali, quale consiglio daresti a chi vuole lanciare o ha lanciato da poco la sua stratup?»

M: «Non aver paura dei no. Sono la risposta standard che vi sentirete dire il 99% delle volte. Non è un giudizio personale su di voi. È solo business. E basta un solo sì per cambiarvi la vita, quindi continuate a chiedere.»

Credo che questa sia la frase più incredibile da quando abbiamo iniziato a parlare con Massimo. Dovreste inciderla su una targa e tenerla sulla scrivania.

G: «E le tre qualità del founder perfetto?».

M: «Restilienza, Passione e Capacità di costruire un bel team».

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