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Intervista a Vittorio Urzì, Founder @ SEO Tester Online

Chi è Vittorio Urzì?

Vittorio è il CEO di SEO Tester Online, catanese come il sottoscritto e anche lui classe 1991 (in realtà siamo pure nati a pochi giorni di distanza, sarà un segno del destino?) ed essendo soci dal 2016 è anche la persona con la quale ho condiviso e affrontato molte delle sfide che il mondo delle startup ci ha regalato sino ad ora. Quotidianamente si occupa di guidare la visione strategica della nostra azienda, così come lo sviluppo di nuovi prodotti e la raccolta di nuovi capitali. 

Insomma, oggi fa il lavoro del CEO, anche se non è stato sempre così. Abbiamo iniziato facendo di tutto, andando in tandem come una vera squadra e colmando i rispettivi punti critici nei nostri background, per dare la giusta spinta alla nostra startup. Lui ha un passato da tecnico: è un developer fortissimo capace di partorire mille idee e di darvi corpo in pochissimo tempo. 

È proprio così che è nato il nostro prodotto, da uno dei suoi deliri ingegneristici che ho sempre apprezzato e che mi hanno convinto definitivamente proprio quando ho visto SEO Tester Online. Così da “uomo-marketing” con un primo passato nel mondo startup, ho iniziato a lavorare insieme a Vittorio per dare corpo a quell’idea e a quel primo prodotto, trasformandolo in quella roba pazzesca che oggi potete utilizzare anche voi e che aiuta davvero migliaia di imprenditori e consulenti ogni anno a migliorare il posizionamento del proprio sito web sui motori di ricerca. 

Con Vittorio abbiamo condiviso i momenti più belli e quelli più difficili del nostro percorso ed è per questo che ho pensato che non potesse mancare proprio lui in queste pagine.

Cosa significa fare startup per Vittorio Urzì?

Visto che la nostra avventura da founder è iniziata un po’ inaspettatamente, la prima cosa che ho pensato di chiedergli è stata:

G: «Perché hai scelto di metterti in tutto questo casino?»

Anche se in realtà la domanda che avrei dovuto fare è “perché hai deciso di tirarmici dentro? Non potevi lasciarmi vivere tranquillamente la mia vita?»

V: «In realtà non credo di aver mai “scelto”. Ho sempre avuto una mente molto creativa: a 8 anni ho costruito la mia prima lampadina tascabile, e da quell’episodio in poi credo sia nata dentro di me l’esigenza di esprimere me stesso attraverso la creatività. Credo che fare startup per me sia proprio un modo di comunicare al mondo esterno una parte di me stesso e di esprimere quello che ho dentro.»

G: «Ti immagino già a giocare al piccolo ingegnere con la lampadina tascabile a 8 anni, ma l’immagine mi da un’idea di spensieratezza: fare startup è come costruire quelle lampadina tascabile?»

V: «Insomma… Fare Startup ha sicuramente aggiunto un peso importante in termini di serenità mentale nella mia vita: affrontiamo ogni giorno problemi e grandi sfide. Sicuramente non abbiamo la serenità mentale che può derivare da un posto fisso e questo ci porta inevitabilmente a rinunciare a parecchie notti di sonno. Quando sei un founder, sei un po’ come un capo famiglia: in qualche modo dovrai assorbire il peso generato dal senso di responsabilità verso i tuoi collaboratori, clienti ed investitori e questo ti porta ad essere un po’ più distante dall’idea del bimbo spensierato di 8 anni che sperimenta. Ma fare startup è qualcosa che mi gratifica perché mi da la possibilità di non vivere di rimpianti, mi offre una grande fonte di know-how e mi ha aiutato a temprare il mio carattere.»

Avendo condiviso questo percorso veramente giorno dopo giorno insieme a Vittorio molte cose mi tornano. Abbiamo fondato la nostra azienda mettendoci dentro tutti noi stessi, quindi abbiamo passato le stesse notti insonni, ne viviamo il senso di responsabilità e ci nutriamo delle cose positive e negative per crescere come persone, professionisti e imprenditori.

G: «Vitto, ma dopo questi anni come founder, qual è la sfida più difficile del fare startup secondo te?»

V: «La sfida più difficile è in primis quella con se stessi. Con me stesso.»

Probabilmente lui in questo percorso è persino più severo di me nel giudicare se stesso

V: «Fare impresa vuol dire affrontare ostacoli e difficoltà nelle quali il nemico principale siamo quasi sempre noi stessi. Nel mi caso, essere all’altezza dei miei stessi obiettivi è in assoluto, per me, la sfida più grande.»

G: «Ma allora in questi anni sei riuscito a fare pace con te stesso? Come hai fatto, illuminami!»

V: «Gianca, come ho risolto questo dilemma? In realtà lo sai, è una di quelle cose su cui lavoro ogni giorno… Per farlo cerco di sforzarmi di stare al di fuori dalla mia zona di comfort ogni volta che ho una buona occasione di farlo.»

G: «Ok, gestire il rapporto con te stesso, e far fare pace al “Vittorio-essere-umano” con il “Vittorio-founder” non è facile, ma come gestisci il rapporto con gli altri? Con i co-founder (anche quelli stressanti come me), con gli investitori, i collaboratori e tutti gli altri stakeholder del tuo progetto? Insomma, essere CEO significa essere al centro di un fuoco incrociato di punti di interesse.»

V: «Le persone sono il valore portante, l’asset fondamentale sul quale si basa l’intera organizzazione aziendale. Senza le persone, ciascuna con le proprie qualità, le proprie debolezze e le proprie competenze, l’azienda non esisterebbe affatto. Curare la relazione con ognuno dei nostri stakeholder è quindi la parte più importante e più delicata del nostro lavoro da imprenditori. Come CEO il mio compito è quello di capitalizzare l’investimento monetario, lavorativo ed emotivo di ognuno dei soggetti che ha investito o prodotto valore all’interno dell’azienda. Ognuno degli stakeholder infatti, avrà maturato o maturerà un’aspettativa nei tuoi confronti che potrà evolversi lungo il corso del tempo.»

G: «Quindi mi stai dicendo che non c’è modo di non scontentare qualcuno quando si prendo le decisioni in una startup, non è così?! Ma allora come gestisci chi ti dice “io te l’avevo detto”, quando magari le cose non vanno come le avevi immaginate o preventivate?»

V: «Quello che dici è una cosa normalissima, succede anche nella vita di tutti i giorni d’altronde. Una buona fetta degli stakeholder è composta da maestri nel dire “te l’avevo detto” quando le cose andranno male, le stesse persone che saranno gli ultimi a farvi i complimenti quando le cose invece andranno per il verso giusto. Ma sai come la penso? È assolutamente necessario imparare a convivere con tutto ciò.»

Mentre faccio questo ragionamento con Vittorio, penso che, nonostante si possa cercare di riappacificarsi con tutto questo, qualche notte insonne anche questi pensieri te la portano volente o nolente, perché non sempre è facile accettarlo.

V: «Per come la vedo io, se non sai gestire queste critiche probabilmente fare impresa non fa per te, proprio perché questi elementi, queste difficoltà, soprattutto emotive, per molti di noi imprenditori, rappresentano una sfida, una motivazione ad andare avanti e sono solamente la punta dell’iceberg delle avversità che affrontiamo ogni giorno.»

G: «Ma quindi qual è lo stakeholder più difficile da affrontare e con il quale avere a che fare quando si lancia un progetto di startup?»

V: «Nonostante nella nostra società vi siano centinaia di soci, diversi di advisor, dipendenti e migliaia di clienti, alla fine per me ci sarà sempre e solo uno stakeholder ad essere il più importante, il più severo, quello con cui dovrò sempre avere a che fare, quello che vi sveglierà nel cuore della notte ricordandomi scadenze e obiettivi su quali sono ancora indietro e sapete qual è? Me stesso! Per me fare il founder significa soprattutto imparare a gestire lo stakeholder che abbiamo dentro. Convivere con le proprie ambizioni, le aspettative verso se stessi e le proprie sfide interiori è la parte più difficile del nostro percorso da imprenditori.»

G: «Ma allora qual è il segreto per non auto-sommergersi di autocritica?» 

V: «Mi stai chiedendo come faccio a gestire me stesso? Beh, la chiave sta nell’equilibrio. Nel mio piccolo, ho scoperto che se dedico parte del mio tempo alle persone importanti che fanno parte della mia vita, riesco a bilanciare meglio il peso delle aspettative generali e a placare il mio “io stakeholder” nei momenti di difficoltà.»

Penso che anche per me vale lo stesso, che spesso ciò che mi ha tenuto in piedi è stato proprio il supporto e l’amore delle persone più vicine, quelle che ci sono state sempre.

G: «Ok, ma adesso dimmi le qualità che per te sono indispensabili per lanciare una startup di successo, così poi ci salutiamo e torniamo a fatturare!»

V: «Tenacia, ottimismo e intelligenza emotiva»

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